contro- intestazione

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Ciao Enzo

Degli anni '70 ho due due forti sensazioni di rimando. Una è legata all'America del frisbee e dello skateboard, della famiglia Bradford e degli americani lunghi, secchi e zazzeruti, un'America tutta colorata e su cui splende sempre il sole. In contrapposizione c'è il ricordo, tutto italiano, dei bollettini di guerra del TG, dei gambizzati, delle bombe, dei rapimenti sanguinosi, della nebbia umida e di un inverno che sembrava non finire mai. Ma in tutto quel grigiore ricordo anche un varietà RAI che, seppur in bianco e nero, colorava le domeniche di molti bambini. Ad animarlo c'erano due guitti, Cochi e Renato, e la canzone di chiusura del loro spettacolo, insieme ad altre masticate, urlate e squadernate nel suo divenire, era "la vita l'è bela" di Enzo Jannacci. Allora non sapevo che a scrivere quel brano fosse stato lui, lo stesso autore di "vengo anch'io", canzone di cui a casa girava un 45 giri sul cui lato B vi era la triste "Giovanni telegrafista". Anche di quel 45 giri mi ricordo bene, chissà che fine ha fatto, se è in soffitta o in qualche credenza. Di quegli anni '70 grigi e nebbiosi parlava invece "Vincenzina" un pezzo che sentii per bene, da una audiocassetta, solo ai tempi dell'università. E' un brano struggente scritto con Sandro Ciotti, musicato e cantato da Jannacci. Memorabile il passaggio sulla partita del Milan, che non vince e "il padrone non c'à neanche sti problemi qui" (un riferimento chiaro all'Avvocato). Poi il Milan lo comprò il Berlusca e la storia cambiò. E io, per nostalgia di San Siro a 2 anelli e dei campionati della salvezza, ho smesso di seguire il calcio (però dopo la seconda coppa dei campioni). Jannacci cantava in modo sgangherato, apparentemente malfermo. Invece il Dottor Jannacci (e sì perché era medico chirurgo) è stato un grande musicista. Un po' rock, un po' jazz, molto, ma molto, inimitabilmente, Jannacci, unico e irripetibile.

Stampe bianconero baritate, roba fatta in casa. Meriterebbero un servizio migliore questi scatti, ma in questo momento proprio di tempo non  ne ho.
Mi riservo in futuro di scansionare questi negativi che conservo come reliquia  a ricordo di un pomeriggio molto particolare.

Lo ricordo in queste immagini del 1995 scattate alla fiera di Arona. Mi ci mandò il Corriere di Novara, o meglio, feci carte false per rendermi disponibile a fare due scatti alla manifestazione. Ricordo che arrivai, accompagnato dal mio amico Marco, nel primo pomeriggio. Mi piazzai sotto il palco e sfoderai tutto l'arsenale fotografico. Il teleobiettivo più è grosso, più induce rispetto e considerazione (prima legge del fotogiornalismo di provincia di fine millennio inizio successivo). Enzo Jannacci arrivò intorno a metà pomeriggio con la band, un gruppo di giovani musicisti e tra questi suo figlio, fece il sound check e poi via. Lo spettacolo fu bello, ricordo bene, coinvolgente e fresco. Le canzoni riarrangiate in chiave jazz erano un piacere tanto per chi ascoltava che per chi le suonava. Quella serata volò via leggera, con la brezza di Giugno che accarezza il lago. Feci le mie foto in Bianco e Nero per il giornale e un rullo di diapositive ad alta sensibilità, un lusso. Il tutto combattendo la solita illuminazione indecente dei concerti e i tempi di otturazione sempre, dannatamente, troppo lunghi.

Fiera di Arona - Giugno 1995

Jannacci, musicista milanese, scanzonato e selvaggio come non ne verranno più. Perché non ce ne sono più di milanesi che parlano italiano e pensano in dialetto. Ma attenzione, Jannacci non è stato un cantante del dialetto, no no, lui il dialetto lo usava come intercalare, come rafforzativo. Come si usava fare in casa nostra dove mio padre e mia madre le cose serie e importanti, o semplicemente intime, se le sono sempre dette in dialetto. Ho scoperto solo ora che Jannacci era coscritto di mio padre, cioè un ventenne degli anni '50. Anzi di più Jannacci era di 20 giorni più vecchio di mio papà. Coincidenze della vita, ma mi spiegano la simpatia con cui mio papà, avarissimo di esternazioni musicali, guardava il musicista milanese.


Solo ora realizzo che quel concerto del 1995 era il concerto dei 60 anni di Jannacci. Un compleanno festeggiato cantando su un palco, davanti al suo pubblico. Jannacci, ti saluto come ti salutai allora alla fine della serata: standing ovation e Bravo, anzi “Braff”.


1 commento:

  1. già l'uso del dialetto .. mi ha sempre dato l'impressione che fosse uno strumento espressivo scelto da questo artista per dare alla sua poetica un tratto più "umano".. ma umano vuole dire tutto e nulla allora diciamo di più.
    Intendo che i suoi personaggi erano resi più semplici dall'uso di quella lingua, le affermazioni e le morali quindi ( provenendo da personaggi semplici ) meno sentenziose.... a pensarci bene aveva il coraggio, l'amore per l'uomo e per la sua fallace umanità, e uma immensa pietà per questi esseri destinati all'errore ed alla morte che faceva sempre timidamente sussurrare ai suoi personaggi le morali e le frasi ad effetto. credo che questa fosse una caratteristica dell'uomo che entrava nell'opera come avviene sempre per un artista spontaneo e non impostato.
    In una umanità dove spesso si tromboneggiano le proprie idee senza pensarci su molto mi ha sempre colpito il pudore espressivo di jannacci.
    Addio Enzo .. ma forse tu avresti detto arrivederci... così senza dovercelo spiegare .. solo perchè sembra meno triste.

    Marco.

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